Il contesto storico

La Confraternita di Gesù e Maria e la Controriforma in Sicilia

Non è possibile capire esattamente come nacque e si sviluppò l’Arciconfraternita di Gesù e Maria di Monforte senza collocarla nel più ampio contesto di quello straordinario fenomeno di rinnovamento e rinascita della Chiesa Cattolica che fu la Controriforma. Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento si ebbe infatti in tutta Italia la nascita di numerosissime congregazioni di fedeli che, animati dalle disposizioni della Controriforma emerse dal Concilio di Trento, si proponevano di diffondere i dogmi della Chiesa Cattolica Romana e di contrastare la diffusione delle nuove Chiese riformate – prima fra tutte quella luterana – e di tanti più o meno piccoli ordini religiosi di non sicura fede cattolica che proliferavano nel territorio italiano. Questo fenomeno interessò in ugual misura pressoché tutta la cristianità che obbediva al pontefice di Roma e si diffuse in modo capillare nelle grandi città così come nelle più piccole comunità di campagna, coinvolgendo tutti i ceti sociali, dall’aristocrazia agli artigiani e ai contadini. Ciò diede vita al periodo di massimo fermento creativo in senso morale, spirituale ed artistico della Cristianità in epoca moderna.

La Sicilia della prima metà del Seicento faceva parte della Corona di Spagna ed era retta da un Viceré che risiedeva tra Messina e Palermo. L’amministrazione degli Asburgo di Spagna, discendenti del grande imperatore Carlo V, è diventata nei secoli successivi quasi l’emblema per antonomasia del malgoverno straniero in Italia. Più realisticamente, il governo spagnolo non era  peggiore di quelli di altre regioni d’Italia o d’Europa della stessa epoca e la successiva storiografia anti-spagnola e anti-borbonica (senza dimenticare l’opera dal Manzoni) hanno avuto un ruolo fondamentale nel tramandare questa immagine ormai divenuta stereotipica. La Corona di Spagna e la Chiesa di Roma si trovarono strettamente affiancate nelle battaglie della Controriforma in quanto l’osservanza del popolo ai precetti della Chiesa e l’eliminazione dei Protestanti o, più genericamente, degli eretici – visti come elementi pericolosi per la stabilità del Regno – erano considerati strumenti di affermazione dell’autorità del sovrano.

Monforte nella prima metà del Seicento era un paese feudale e la signoria apparteneva alla famiglia Moncada che ne aveva preso possesso nel 1596. Il barone vi esercitava i diritti feudali tra cui la riscossione delle tasse e l’amministrazione della giustizia, coadiuvato dall’Università, una sorta di Senato cittadino costituito da rappresentanti delle principali famiglie del luogo da cui provenivano anche i notai, giudici, avvocati coinvolti nell’amministrazione del paese. La popolazione del territorio di Monforte era tra le tre e le quattromila persone e si distribuiva su tutte le contrade che si estendono dalle alte colline dei monti Peloritani fino al mare. La massima autorità religiosa del paese era l’Arciprete che estendeva la propria giurisdizione su un territorio molto più ampio di quello attuale arrivando fino a San Pier Niceto (allora San Pier di Monforte). Inoltre, l’Arciprete era a capo di un gran numero di sacerdoti secolari – a Monforte si arrivò probabilmente ad contarne oltre una ventina – più altri religiosi presenti nei conventi maschili e femminili del paese e amministrava gli ingenti beni della Chiesa monfortese. E’ facile quindi intuire perché quella dell’Arciprete fosse una carica molto ambita e variamente contesa nei secoli tra le diverse famiglie di spicco del paese.


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